Programmare la vita: Perché?

Perché insegna a elevare la conoscenza verso forme di sapere sovrasensibile per liberarti dai vincoli terreni che ti costringe a stare con i piedi in terra: impegnarsi in concetti superiori fa volare l’uomo fra le nuvole, dove si sente più libero e importante.

Perché insegna a mettere in pratica l’insegnamento filosofico nella vita quotidiana adattandolo alle esigenze del creato senza accettare le illusorie ostentazioni del mondo che va  interpretato in modo confortevole e incoraggiante.

Perché insegna a comprendere i fatti sociali: nascere, crescere e mangiare sono atti soggettivi che si ripetono meccanicamente, pur nelle variazioni consuetudinarie dei popoli.

Personalmente mi sono formato con lo studio delle discipline psicologiche illuminate da una psicoterapia didattica professionale, con la quale ho compreso come le dinamiche filosofiche e sociologiche producano ricchezza, che non significa avere soldi, ma realizzarsi.

Dalla Filosofia ho imparato a sognare e a fare progetti  dai quali ho realizzato l’importanza del pensare: da piccolo volevo diventare Papa, invece sono riuscito a divenire soltanto papà, nonno e, chissà, forse anche bisnonno realizzando laicamente quel desiderio che era in me. Ho sempre programmato il mio cervello verso il divenire superando le insoddisfazioni del presente e le malinconie del passato.

La  Psicologia mi ha aiutato a superare le contraddizioni della vita accettando il male come conseguenza necessaria del bene. Credo che le contraddizioni siano le chiavi di ogni esistenza  e che esse stiano lì, per indicarci che non esisterebbe il bello se non ci fosse il brutto né  ci sarebbe il povero se non ci fosse il ricco. In nome di tali antinomie, a volte, mi sono adattato alla società accettando le sue ragioni, altre volte mi sono ribellato imponendo le mie, ma non ho mai avuto il coraggio di fare rivoluzione perché la mia cultura pacifista, ha sempre spento l’istinto della ribellione totale.

Con la Sociologia ho cercato di analizzare il mio pensiero, i miei istinti e il mio comportamento verso gli altri. Ho capito di essere egoista quando non riesco a condividere il mio sofferto benessere con chi non ha fatto nulla per migliorarsi, convinto che il malessere individuale diventi sociale quando tanti individui si abbandonano alla propria pigrizia mentale e non credono più nelle potenzialità del proprio pensiero e delle proprie azioni.

Penso che non esistano ricchi e poveri in natura, ma individui che vogliono diventare benestanti e altrettanti cui mancano le aspirazioni del fare. La ricchezza non è soltanto nel sottosuolo o nelle industrie, ma nella mente e nella volontà di sapersi industriare; la terra non gira soltanto intorno al sole, ma anche intorno a se stessa per mostrare le proprie ricchezze a chi le voglia sfruttare.

Così hanno agito i grandi del pensiero e delle industrie da Cristoforo Colombo ai nostri imprenditori, che ci hanno insegnato come la volontà significhi “fare qualcosa” senz’attendere che qualcun altro ci preceda. La ricchezza non è un’invenzione astratta, ma un fatto concreto come il cervello umano. É benestante chi lo applica e lo programma ; é povero chi crede che la vita sia solo un dono e non una conquista da pianificare con le proprie attitudini.

“Fatti non siete a viver come bruti / ma per seguire virtute e conoscenza” afferma il poeta.

Penso che individui poveri di spirito e d’iniziative, generino la povertà per lamentarsi della propria indigenza aspettando che qualcun altro risolva il loro problema.