A mio avviso, non dopo la nascita, come ha insegnato una certa psicologia del passato. La vita inizia non appena si forma l’embrione. Da ciò consegue che i primi nove mesi intrauterini sono i più preziosi, perché in quel sereno habitat si fondono le sostanze biologiche dei genitori per dare inizio a una nuova intelligenza, diversa da quella dei primi protagonisti.

Nei primi nove mesi il bambino, infatti, è già un essere unico e diverso da chi gli ha concesso i semi, nel senso che nessuno potrà essere come lui e nessuno avrà la sua stessa intelligenza che non è una somma di cose, di movimenti e di azioni, ma è una sincresi (fusione) perfetta, di quel dna e di quell’ovulo incontrato nel luogo della fecondazione.

La Psicologia, la Psicoterapia e i Percorsi psicologici, sono concordi nell’affermare che l’intelligenza è una facoltà che rende capace l’individuo di costatare le differenze fra il proprio Sé e gli altri, non tanto per esprimere un giudizio di valore o disvalore, quanto per comprendere che nessuno è uguale all’altro e che l’uguaglianza è solo rispetto delle differenze.

Avere intelligenza vuol dire possedere un cervello costruttivistico che si nutre delle esperienze del quotidiano vivere per realizzare i progetti esistenziali. Chi è intelligente non pensa se le proprie facoltà siano concentrate nella mente o nel corpo, ma le osserva nel nel senso che dà alla vita, quindi un Q.I. (quoziente intellettivo) di novanta (meno intelligente), potrebbe dare risultati migliori di un Q.I. 120 (più intelligente).

Quel patrimonio d’intelligenza innata confermato dagli scienziati, se non è messo alla prova nelle difficoltà della vita, rischia di dare frutti sterili perché un cervello che non pensa, chiudendosi in se stesso, si atrofizza, mentre un patrimonio genetico di modeste entità, sottoposto a sensate esperienze costruttive, può realizzare il futuro demolendo gli ostacoli che la vita frappone fra passato e presente.

Io credo che questa sia l’intelligenza cui ognuno di noi dovrebbe aspirare per trovare riscontro in tutte le cose della Natura: nasciamo predisposti a camminare, a pensare, a parlare per diventare intelligenti. Ciò che saremo non sta scritto solamente nel nostro DNA, ma anche nelle varie occasioni della nostra esistenza. Un bambino può diventare adulto con l’esperienza positiva e un adulto può ritornare bambino con un vissuto esperienziale negativo. La vita stessa è intelligenza delle esperienze.

Nel 1994 i conservatori Murray e Herrnstein in un libro intitolato The bell Curve (La curva a campana) tentarono di riprendere la teoria ottocentesca della superiorità genetica occidentale adducendo che il quoziente d’intelligenza (ereditario) determina il destino degli uomini: falsificando di dati, misero a confronto soggetti neri un Q.I. più basso (87 punti) con soggetti bianchi con Q.I. di 102 punti. Nel 1999, altri sostenitori dell’intelligenza acquisita per via esperienziale, come il Kamin, dimostrarono il contrario, ma anche codesti studi furono sottoposti a varie manipolazioni.

Due tesi a confronto, ambedue inutili e discutibili: se l’innatismo ha un vago sapore eugenico (di buona stirpe), l’ambientalismo corre il rischio di vedere l’intelligenza separata dall’organo pensante come se fosse una funzione astratta. L’intelligenza pervade il corpo, non è solo nella mente.