La vita è un dono ma dopo bisogna guadagnarsela

1) L’esistenza di un individuo è racchiusa biologicamente entro due tempi fondamentali: la nascita, che segna il momento dei progetti e la morte, che ne attesta la fine. Per non essere dimenticato l’uomo s’inventa modi per essere ricordato sopravvivendo: pensa di andare in Paradiso per l’eternità o sui libri di storia per  le proprie prodezze. Durante un dialogo psicoterapeutico  un un mio cliente afferma: “Nella vita sono stato sempre il primo e non mi vergogna a dirlo vorrei esserlo anche dopo”. Presunzione o autocoscienza del proprio valore?

2) L’uomo non ha mai considerato che la vita è iniziata  nove mesi prima della nascita, durante i quali  costruisce tutte le potenzialità della propria esistenza. Con Noi tutti ci siamo, però, convinti  (o ci hanno fatto credere), che il periodo intrauterino sia stato inutile. In psicoterapia questa verità torna sempre a galla perché si comprende che un corpo, potenzialmente predestinato ad avere facoltà di pensiero astratto, inizia a vivere il giorno in cui il seme trova il terreno adatto per germogliare, esattamente come le uova di un uccello che iniziano ad avere vita quando la femmina, grazie alla misteriosa febbre della propria natura, inizia a covarle. Il pensiero ha bisogno di una rete che il corpo prepara nei primi nove mesi di vita.

3) Pensare che un cervello, composto di materiale concreto, possa realizzare un’attività di pensiero astratto, è una trasfigurazione tanto misteriosa che rappresenta uno dei più grandi enigmi dell’uomo. Per questa sua misteriosa immagine,  non è accettabile quella carta d’identità che fa iniziare la sua nascita dopo l’uscita dal grembo materno. La Psicologia non può rimanere silenziosa di fronte a questo errore.

4) Dopo che il bambino esce dal grembo materno, il medico gli molla con benevolenza una sculacciata a tradimento per facilitare la sua respirazione, ma lui, non comprendendone il significato, avverte che il mondo gli è nemico. È la prima contraddizione reale che incontra nella vita. Il bimbo reagisce piangendo all’oltraggio del medico, ma per fortuna arriva l’abbraccio della mamma che stringendolo a sé gli imbocca il capezzolo e lui, soddisfacendo i propri bisogni fisiologici, ritrova la serenità e ricomincia a succhiarsi il pollice come se nulla fosse accaduto. La paura è stata risolta. Il mondo torna a essere amorevole e accogliente, il timore di vivere  si tramuta in serenità ma non per sempre, perché ben presto, anche lui dovrà iniziare a lottare per soddisfare ben altre contraddizioni.  Il mondo non sempre  gli è amico.